Consulenza Legale2018-09-24T18:14:11+00:00

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Anatocismo

L’anatocismo (dal greco ἀνατοκισμός anatokismós, composto di ανα- «sopra, di nuovo» e τοκισμός «usura»)[1] nel linguaggio bancario è la produzione di interessi (capitalizzazione) da altri interessi resi produttivi sebbene scaduti o non pagati, su un determinato capitale.

Nella prassi bancaria tali interessi vengono definiti composti. Esempi di anatocismo sono il calcolo dell’interesse attivo su un conto di deposito o il calcolo dell’interesse passivo di un mutuo.

Nell’ordinamento italiano l’anatocismo è espressamente disciplinato dall’art.1283 cc, che recita testualmente: “In mancanza di usi contrari, gli interessi scaduti possono produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza, e sempre che si tratti di interessi dovuti almeno per sei mesi”. L’art.1283 c.c. prevede tre eccezioni al divieto di capitalizzazione degli interessi e più precisamente:

  • gli interessi che maturano “dal giorno della domanda giudiziale”. Per esempio, se un decreto ingiuntivo riguarda un ammontare comprensivo di una parte di capitale e di una parte di interessi non pagati, l’intera somma viene riconosciuta come un debito indistinto su cui maturano ulteriori interessi;
  • la conclusione di una “convenzione posteriore alla scadenza” degli interessi. In tal caso, la somma maturata fino alla convenzione si intende come nuovo capitale prestato e sul totale di tale importo possono maturare nuovi interessi. Ciò avviene anche ove si verifichi un ritardato pagamento di una rata di mutuo, altrimenti il debitore non avrebbe alcun interesse a pagare il dovuto entro la scadenza (se la quota di mutuo riferita a interessi non genera interessi, perché non pagare il più tardi possibile?). Tuttavia anche in questo caso c’è anatocismo se gli interessi di mora sono calcolati come interessi composti e non come interessi semplici (cfr. sezione successiva);
  • la “mancanza di usi contrari”. Nella prassi, a partire dal 1952, questa frase è stata interpretata dall’ABI prevedendo nei contratti bancari la capitalizzazione degli interessi a favore della banca ogni tre mesi (a marzo, a giugno, a settembre e a dicembre) e quelli a favore del cliente solo annualmente (per un commento sull’interpretazione dell’ABI, cfr. sezione successiva).

Transazioni Bancarie

Il contenzioso bancario è uno degli strumenti più comunemente diffusi e utilizzati per risolvere problemi con i pagamenti, per ottenere risarcimenti danni per irregolarità contrattuali e costi illegittimi, per rinegoziare prestiti e finanziamenti, ristrutturare i debiti e scongiurare le conseguenze di un’azione giudiziaria. Cerchiamo, allora, di capire meglio cos’è il contenzioso bancario.

Definizione e significato di contenzioso bancario

Come abbiamo anticipato, la procedura di contenzioso bancario è uno degli strumenti più comunemente diffusi per la risoluzione delle controversie tra i risparmiatori e gli intermediari finanziari, in particolare nell’ambito di anomalie bancarie quali  usura, anatocismo o interessi extra legali, ma non solo. Il contenzioso bancario, infatti, si riferisce anche a tutte le procedure – giudiziali e stragiudiziali – utili a risolvere le problematiche che nascono nell’ambito del rapporto tra le banche ed i propri clienti, e che non necessariamente sfociano in una contestazione di fronte ad un tribunale, come:

  • accordo di saldo e stralcio;
  • gestione stragiudiziale del debito;
  • piano di rientro concordato;
  • consolidamento del debito.

Accanto ai tradizionali sistemi di tutela giudiziaria, infatti, sono sempre più diffusi in ambito bancario gli strumenti di risoluzione alternativa delle tensioni finanziarie, che consentono di raggiungere una composizione bonaria del contenzioso – senza necessità di ricorrere in Tribunale – attraverso un accordo transattivo che soddisfi entrambe le parti con soluzioni concordate più rapide e meno dispendiose rispetto alle dispute davanti al giudice.

Quali sono le principali metodologie applicate nel contenzioso bancario

Alla luce del significato di contenzioso bancario, la negoziazione è il primo strumento che viene in mente per giungere ad una risoluzione delle controversie, ma non è l’unico. Tra i metodi più comunemente utilizzati nel contenzioso bancario si annoverano infatti:

  • Negoziazione stragiudiziale;
  • Conciliazione o Mediazione Civile Obbligatoria;
  • Arbitro Bancario Finanziario (ABF);
  • Arbitro per le Controversie Finanziarie (ACF);
  • Arbitrato.

Come aprire un contenzioso bancario

Per aprire un contenzioso bancario è indispensabile affidarsi ad avvocati specializzati in diritto bancario e finanziario. Gli esperti del nostro studio sono in grado di assistervi nella gestione del rapporto con l’istituto di credito avviando tutte le strategie utili a costruire un dialogo costruttivo e concludere accordi vantaggiosi.

Pignoramenti Segnalazioni CRIF,  Black List

La Crif è la Centrale di Rischio Finanziario, una società privata che gestisce il Sistema d Informazioni Creditizie (SIC); in pratica stiamo parlando di un’immensa banca dati che raccoglie tutte le informazioni inviate dai vari enti finanziatori in modo da poter offrire gli strumenti per valutare nel modo più oggettivo possibile il profilo creditizio dei soggetti interessati. Al contrario di quello che molti pensano, la Crif non contiene solo le informazioni negative: gli istituti finanziatori inviano dati al sistema quando ricevono la richiesta di finanziamento e in fase di rimborso sia quando il debitore paga in modo regolare che quando si dimostra inadempiente. È quindi sbagliato definire la Crif come una sorta di elenco di cattivi pagatori.

Quando ricevono una domanda di finanziamento, gli istituti di credito possono cercare informazioni sullo storico finanziario del richiedente, in modo da poterne valutare l’affidabilità. La banca o la finanziaria può accedere ai dati relativi ad un determinato soggetto solo se questi ha presentato una richiesta di prestito oppure se il finanziamento è già stato concesso ed è ancora attivo. Il singolo soggetto può invece richiedere una visura della sua posizione in ogni momento: per farlo deve inoltrare una richiesta alla Crif, che entro 15 giorni deve fornire una risposta. Prima di segnalare nella banca dati il ritardo nei pagamenti da parte di un cliente, la banca deve avvisare il debitore, in modo che si possa verificare la presenza di eventuali errori.

Società Off-Shore, Trust, Protezione Patrimonio

Il termine società offshore (o semplicemente off-shore) identifica una società registrata in base alle leggi di uno stato estero, ma che conduce la propria attività al di fuori dello stato o della giurisdizione in cui è registrata. Ad oggi, è invalso l’uso di riferire questa denominazione a società che offrono condizioni fiscali favorevoli derivanti dalla registrazione in ordinamenti che prevedono scarsi controlli e pochi adempimenti contabili (cosiddetti paradisi fiscali).

Uno degli obiettivi più frequenti collegati alla creazione di una società offshore è la riduzione dell’imposizione fiscale; ma tramite una società opportunamente configurata è anche possibile ottenere altri vantaggi: protezione del patrimonio, semplificazione della burocrazia, ottimizzazione dei costi, riservatezza. Nella pratica, le società offshore sono talvolta utilizzate per realizzare discretamente spericolate speculazioni, operazioni vietate o illecite o nascondere perdite di bilancio[1]. È perciò un fenomeno molto diffuso la costituzione di società offshore all’interno dell’architettura societaria di gruppi multinazionali[2].

Non solo le classiche isole tropicali (Bahamas, Seychelles, Isole Vergini, Vanuatu, ecc.) ma anche grandi stati non comunemente ritenuti offshore offrono l’opportunità di creare società a tassazione nulla o prossima allo zero. Regno Unito, Nuova Zelanda, Stati Uniti d’America, Portogallo, Austria, Paesi Bassi sono solo alcuni esempi.

Nonostante l’ammanco fiscale causato dalle società offshore ai cittadini di uno stato a fiscalità ordinaria, resta attualmente legale per un soggetto residente in qualsiasi stato creare e utilizzare una società offshore.

Infortunistica Stradale

Offriamo tutela professionale senza anticipazioni di spese ai danneggiati ed ai parenti delle vittime nella gestione della pratica di risarcimento in conseguenza di sinistro stradale semplice o complesso. Il costo delle competenze legali è sempre a carico della Compagniatenuta al risarcimento del danno. Se sei rimasto coinvolto in un sinistro mettiti in contatto con noi :

RIVOLGERTI A UN PROFESSIONISTA ESPERTO IN MATERIA

Il professionista, invece, offre il grado massimo di tutela delle ragioni del danneggiato perché segue, passo dopo passo, sia la fase (delicatissima) preliminare alla denuncia, sia le fasi successive, nell’ottica della massimizzazione del giusto risarcimento. Ha dimestichezza con la ricostruzione della dinamica dei sinistri, con le valutazioni commerciali dei veicoli, con gli accertamenti medico-legali conseguenti alle lesioni, con la qualificazione e quantificazione delle micro e macro lesioni, con le voci di danno derivanti alle vittime dirette o indirette di un sinistro, con la fase liquidativa, con la valutazione delle proposte di liquidazione in riferimento al maggior o minor risultato conseguibile all’esito di una causa e con ogni altro aspetto di ogni pratica risarcitoria.

Tribunale del Malato

Quando c’è l’errore medico e si accerta il suo collegamento con il danno alla salute si può chiedere il risarcimento. Ma nella pratica il paziente cosa deve fare quando il medico ha sbagliato? A spiegarlo è lo studio legale per la tutela e difesa dei consumatori, che in uno speciale incontro elenca e descrive i passaggi concreti per chiedere il risarcimento in caso di errore medico, alla luce della legge sulla responsabilità sanitaria, approvata a di recente, e dei consigli degli esperti di settore.

Le cause per errore medico ancora in corso in Italia sono 300 mila, 4 anni è il tempo medio per aprire e chiudere una causa per errore medico e 1,4 milioni di euro è la cifra massima risarcita per decesso, spiegano alcune associazioni. Inoltre “L’aver dato un quadro normativo unitario è positivo” osserva lo studio legale, ma “non c’è ancora abbastanza chiarezza”, anche perché “mancano ancora i decreti attuativi che rendono al legge applicabile in ogni sua parte”. Da qui la scelta di fornire un quadro più chiaro dei passaggi concreti che il paziente può seguire per chiedere il risarcimento

Internazionalizzazione delle Imprese

Nell’era della globalizzazione tutte le barriere territoriali sono cadute, creando non poche difficoltà alle aziende che, fino a qualche tempo prima erano riuscite a conquistare, seppur con fatica, quote di mercato importanti all’interno del proprio Paese. Oggi, le imprese devono quotidianamente confrontarsi con la caduta della domanda interna (conseguenza della persistente crisi sistemica che sta affliggendo un po’ tutti i paese dell’UE) la concorrenza “spietata” di aziende ubicate in ogni angolo del mondo, le quali, come nel caso della Cina, sono in grado di offrire prodotti e servizi a prezzi assolutamente competitivi.

Tutto ciò deve far riflettere l’imprenditore italiano, il quale, se vuole essere presente sul mercato, deve guardare con attenzione i Paesi stranieri, soprattutto quelli emergenti, dotandosi di una struttura aziendale adeguata non soltanto per difendere la quota nazionale di mercato conquistata, ma anche per acquisire, con serietà, professionalità e perseveranza, quote in Paesi che fino a qualche decennio fa risultavano essere molto distanti, non soltanto geograficamente, ma anche mentalmente.

A fronte di tale scenario, l’imprenditore italiano ha l’opportunità di contrapporsi a tali “invasioni”, intraprendendo un proprio percorso di crescita in mercati esteri.

A questo punto, può essere utile individuare le principali fasi che contraddistinguono un piano per l’export, strumento indispensabile per la realizzazione del suddetto percorso imprenditoriale:
1) analisi delle motivazioni che inducono l’azienda ad esportare;
2) pianificazione degli obiettivi da raggiungere mediante la redazione del piano per l’esportazione che l’azienda dovrà seguire accuratamente, realizzando dei follows up periodici al fine di verificare l’attuazione del programma ed apportando, se del caso, migliorie e modifiche;
3) adeguata identificazione degli obiettivi con corretta strutturazione aziendale, al fine di riprodurre la giusta interpretazione ed attuazione della policy dell’internazionalizzazione;
4) check up aziendale con analisi delle risorse tecniche, finanziarie ed umane necessarie per avviare e sostenere il processo di sviluppo all’estero;
5) studio di marketing che preveda l’analisi del mercato di riferimento del/i prodotto/i da introdurre ed analisi del posizionamento dell’impresa. Particolare attenzione in tale fase dovrà essere rivolta al marchio, all’immagine ed al livello di affidabilità che l’impresa trasmette: maggiore è la serietà dell’azienda, anche in termini di risposte alle richieste di informazioni da parte di potenziali clienti stranieri, rapidità di elaborazione di offerte e di preventivi, maggiore sarà la possibilità di successo nei nuovi mercati;
6) individuazione del mercato potenziale e, quindi, dei Paesi in cui esportare con analisi della concorrenza specifica ed individuazione del target di riferimento;
7) definizione delle strategie da perseguire, con identificazione delle modalità di approccio ai mercati individuati, mediante la partecipazione a fiere, missioni commerciali, workshops, etc.. Nel medesimo ambito occorrerà valutare e decidere se utilizzare una metodologia di “esportazione diretta” o “indiretta”. “L’esportazione diretta” è usualmente adoperata nel caso di produzione di beni che necessitano l’assistenza post-vendita e, comunque nel caso di prodotti di elevata ricercatezza e qualità, già affermati nel mercato interno: in tali casi, l’azienda effettua direttamente le vendite nei mercati stranieri realizzando delle “subsidiaries”, assicurando in tal modo una unicità di azioni e gestendo direttamente la diffusione dell’immagine aziendale. Tale tipo di esportazione risulta molto impegnativa, sia in termini economici che di risorse da destinare, a differenza di quanto accade nel caso “dell’esportazione indiretta” in cui l’azienda svolge un ruolo meno centrale, avvalendosi ora di un importatore, ora di un distributore, ora di un agente. In tali casi risulta di fondamentale importanza la scelta del proprio interlocutore, scelta che va operata valutandone il livello di introduzione nel mercato, l’affidabilità, la situazione economico-finanziaria, la struttura organizzativa, etc.
8) individuazione della metodologia di esportazione e delle controparti;
9) analisi della contrattualistica internazionale: a seconda dei Paesi, si dovrà approfondire la conoscenza della normativa locale ed optare per una tipologia di contratto, piuttosto che per un’altra; altrettanta attenzione dovrà essere prestata agli strumenti di pagamento ed alle garanzie internazionali, nonché agli aspetti doganali.

Infine, auspicando di aver lavorato bene, portando a termine ciascuno dei suddetti punti, occorrerà approfondire gli aspetti contabili e fiscali dei ricavi realizzati.
Questi i principali steps di un corretto processo di internazionalizzazione, lo studio meticoloso di ciascuno di essi servirà a garantire il successo dell’impresa nei mercati esteri, contrapponendosi alle aziende straniere che inesorabilmente invadono il mercato italiano.

Start Up

La startup è, prima di tutto, un’impresa. Quindi nessun motivo osta al fatto che per darle vita legale venga seguita la procedura prevista dal nostro ordinamento per aprire una qualsiasi impresa: scelta della forma giuridica e costituzione di una società, apertura di una partita iva, iscrizione al registro imprese, ecc.

Sei sicuro di voler fondare la tua startup in Italia?

Il nostro consiglio è: pensaci bene, ma in modo costruttivo. Valuta il tuo business, il tuo mercato di riferimento, la tua organizzazione societaria, il tuo team, le tue ambizioni in termini d’investimenti.

L’Italia è un Paese in cui si investe ancora poco in startup rispetto a Paesi anche confinanti, la burocrazia e la certezza del diritto rendono difficile la vita di un’impresa e la conquista d’investitori esteri; ma può essere il posto perfetto per il tipo di business della tua startup o per le competenze che servono alla tua startup.

Le informazioni giuste: e se ti servisse un avvocato?

Quando è il momento migliore per rivolgersi a uno studio legale? quando dobbiamo ancora costituire la società o nel momento in cui arrivano gli investitori?  in che modo un avvocato può aiutare la start up? Si occupa solo di redigere i contratti o ci sono altri aspetti in cui può essere di supporto? Lo abbiamo chiesto ad Antonia Verna, avvocato specializzato in ambito startup, partner dello Studio internazionale Portolano-Cavallo, che ha dato diverse indicazioni preziose.

Come ti finanzierai?

Abbiamo sopra accennato come oggi sia più semplice per una startup chiedere un finanziamento in banca grazie al Fondo Centrale di Garanzia. Ma certamente la banca non è l’unico e nemmeno il più indicato strumento di finanziamento per una startup, che è un impresa ad alto tasso di fallimento e deve pertanto trovare forme di finanza alternativa.

Vi sono altre fonti:

  • il bootstrapping, vale a dire l’autofinanziamento, che può andare avanti anche per molto tempo se la startup riesce a fatturare e finanziare con la cassa il suo sviluppo; ma difficile che sia sufficiente e opportuno anche per fare il balzo dello scaleup
  • Family, Friends & Fools (3F) –  i primissimi sostenitori della startup, probabilmente non ti chiederanno nemmeno quote della società
  • Business Angels – è una categoria molto ampia e variegata, che può in alcuni casi avvicinarsi ai fool della precedente categoria e in altri ai cugini del Venture Capital. Sono spesso figure imprenditoriali o manageriali a cui piace dare un contributo anche in termini di competenze apportate.
  • Crowdfunding – è un’ottima soluzione sopratutto per progetti early stage b2c perché rappresenta spesso anche un test di mercato
  • Venture Capitalist – il loro mestiere è fare un buon deal che generi ritorni elevati, naturalmente chiedono in cambio una bella fetta della società e uno o più posti nel board. Ti serviranno per la crescita, perchè generalmente investono su startup anche early stage ma con business model validato. Premi, grant, finanziamenti pubblici – Per la loro natura, entità, modalità, in Italia possono assurgere a integrazione di altre fonti di finanziamento. Spesso i risultati ai quali portano non valgono l’effort necessari a raggiungerli; nel caso dei premi, attenzione al fatto che portano spesso anche visibilità mediatica che può fare bene, ma anche fare male.

Trasferimento all’Estero

Una guida pratica e utile ai paradisi esotici, dove vivere alla grande con meno di mille euro il mese.L’autore offre consigli per organizzare la propria fuga, lavorare e investire ai tropici. Non solo, segnala itinerari turistici per tutte le tasche, case in affitto con piscina a 250 euro e in località da sogno: Capo Verde, Marocco, Egitto, Thainlandia, Tunisia, Kenya, India, Cuba, Messico, Brasile, Costa Rica, Mauritius, Santo Domingo ed altre ancora.

La scelta di una nuova dimensione prevale sulla superficiale curiosità. Insomma si cambia casa, nazione, luogo di vita, abitudini per sempre o per qualche mese l’anno. Spendendo molto meno che in patria e vivendo molto meglio. E’, appunto, la fuga flessibile, alla portata di tutti i portafogli. A patto naturalmente di recidere qualche ponte e armarsi del necessario coraggio”

Chi oggi lascia il Belpaese?  sembra siano soprattutto i pensionati, “per quattro fondamentali motivi- Perché solo la pensione ti assicura un introito, ancorché minimo, per affrontare con ragionevole stabilità il radicamento in lidi lontani. Perché il pensionato ha meno legami da recidere. Perché i figli oramai grandi tutto sommato ti assicurano una ciambella di salvataggio in caso di un pentito ritorno. E poi perché un piede qua e un piede là ti consentono persino una fuga part time, inverno ai tropici e primavera in Italia”.

Ma il trend sta interessando anche i giovani delusi dalla propria terra. Il lavoro in Italia sempre più precario, pensano i ragazzi, si può svolgere anche all’estero, vivendo in modo meno caro. Non è tutto. “Aumentano i single che hanno maggiore libertà psicologica e materiale nello scegliere il posto in cui vivere. Oggi, poi, non solo nell’alveo della sinistra, ma in molti altri ambienti, l’asfissia politica, l’impossibilità di partecipazione, il disgusto per il carrierismo e la corruzione finiscono per spingere molti a cercare altrove le radici di più profondi valori”.

Qualche numero?

Nel solo 2005 sono stati circa 19 mila gli immobili residenziali acquistati dagli italiani oltre frontiera, con un incremento dell’80 per cento rispetto ai dati di un decennio prima. E negli ultimi anni, dal 2006 ad oggi, la tendenza si conferma con una media d’incremento dal 10 al 15 per cento”.

ci sarebbero molti giovani imprenditori coinvolti dalla fuga flessibile nel campo dell’edilizia, della ristorazione, dei servizi turistici. Questi ultimi ritengono inutile la permanenza all’estero durante la “stagione morta” che, fra l’altro, spesso coincide con l’epoca delle grandi piogge o comunque del maltempo. “Molti poi, acquistano la casa all’estero e per alcuni mesi l’anno la utilizzano personalmente, per altri mesi l’affittano ad altri conoscenti o la danno in gestione alle numerose agenzie locali che svolgono questo ruolo. Altri ancora non acquistano una casa, ma optano per un affitto temporaneo, che spesso costa solo 250/300 euro il mese, ritornando a trascorrere l’estate in Italia. E’ proprio questa ‘flessibilità’ che ha moltiplicato le ‘fughe’ all’estero, perché questa soluzione appare non come un’ultima spiaggia (come lo era per i nostri vecchi emigranti), ma come un’opportunità per entrare e uscire”. In linea generale è possibile ipotizzare che la metà dei nuovi residenti all’estero appartenga a questa categoria “flessibile”.

Ma come individuare i posti giusti?

Intanto come sostengono numerosi psicologi un felice cambiamento non è la distruzione della propria vita precedente, ma un’evoluzione che salva il salvabile e migliora il migliorabile.

Quindi cambiare fa sempre bene!

Sì. E poi la preparazione alla scelta di una fuga felice presuppone alcune condizioni. Innanzitutto la conoscenza del luogo, dove andare. Poi si deve pensare alle proprie possibilità economiche, ai propri gusti climatici, alla capacità di adattarsi alla gastronomia locale, persino al proprio stato di salute. E a proposito di salute sfato alcuni miti. E cioè che in Africa o in America latina l’assistenza sanitaria sia da terzo mondo. Mancheranno le attrezzature tecnico scientifiche, ma nella rete di ospedali pubblici e cliniche private lavorano medici di provata esperienza e capacità.